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La dilazione, scrive Arthur Bloch, è la forma più
letale di diniego. Questa affermazione, applicata al campo della
giustizia, pone sullo stesso piano una giustizia lenta e una giustizia
negata. È ormai noto che, in Italia, una sentenza di primo grado non si
fa attendere meno di cinque-dieci anni. Non c’è Tribunale, nel nostro
Paese, che sia in condizione di esprimersi in tempi più rapidi di
questi.
Giustizia non-giustizia, dunque? L’Unione Europea,
che si è espressa a riguardo, ha richiamato l’Italia a un rispetto dei
tempi medi di giudizio e il Ministro della Giustizia si è impegnato
nella creazione di strumenti a favore dell’efficienza giudiziaria, al
fine di contenere la durata dei processi al massimo entro cinque anni.
VEDI CONDANNE UE
Occorre, tuttavia, rilevare che, nella attuale
condizione del nostro Paese, questo limite è soltanto teorico. Troppe
sono le mancanze, le inefficienze, i vuoti da colmare prima di poter
intravedere i contorni di una riforma di questa portata. La macchina
giudiziaria sembra sul punto di naufragare e da ogni parte dell'Italia
gli uffici giudiziari lamentano carenze di personale e di fondi.
In realtà, nel 2006 alla giustizia e' stato destinato
l'1,69% del bilancio dello Stato, contro l'1,41% del 2003, ma sono state
anche decise riduzioni dei consumi intermedi (l'acquisto di beni e
servizi, di toner, fotocopiatrici e carta) per circa 100 milioni di
euro. Ma superiore a questa cifra è stato l’incremento di costo per
l’apparato investigativo e processuale (e i costi più alti sono stati
quelli per le intercettazioni).
Proviamo ad esaminare alcuni problemi di assoluta evidenza per tutti
coloro che operano nel sistema e proviamo, anche, per quanto è
possibile, ad immaginare alcune soluzioni.
Un primo tema è certamente quello della quantità di lavoro che
“precipita” ogni giorno sui tavoli dei giudici. Lo dicono i dati: la
litigiosità, nel nostro Paese, aumenta. In Italia, negli ultimi
venticinque anni, il numero delle cause è circa quintuplicato. A fronte
di questo aumento, benché la produttività pro-capite dei giudici sia
aumentata, il numero complessivo dei giudici è diminuito. In
ambito civile alla base della più ampia richiesta di giustizia
sta lo sviluppo dei rapporti di impresa, economici e finanziari, così
come una più netta presa di coscienza dei diritti della persona. In
quest’ultimo caso, in particolare, il dato (benché “affatichi” la
macchina della giustizia, già per sé prostrata) non è, in assoluto,
negativo. Il fatto che si chieda giustizia per reati che, fino a qualche
tempo fa, non venivano nemmeno denunciati, attesta un’evoluzione della
società e dei suoi valori. Ci sono, però, anche motivazioni di altra
specie. La richiesta di giustizia, in ambito civile, risponde, infatti,
anche alla crisi della famiglia. Discendono da questa i molti processi
per separazioni, affidamento, per le decisioni circa gli alimenti da
corrispondere al coniuge più debole.
In ambito penale, benché la durata dei processi sia
mediamente inferiore, gli inceppi che dilatano, in maniera qualche volta
abnorme, la durata dei processi sono la complessità dell’attività
istruttoria, che si traduce nell’ascolto di decine di testimoni, il
ruolo stesso del giudizio di Cassazione che, non limitando il proprio
giudizio ai motivi di legittimità, ma estendendosi anche al merito,
diventa – di fatto – un terzo grado di merito.
Ma i più gravi motivi dell’allungamento delle
procedure – i più gravi e i più evitabili – sono probabilmente quelli
che si riferiscono alla pretestuosità del giudizio. La lentezza
della giustizia e il malfunzionamento della “macchina” processuale fanno
qui i peggiori danni. Nella maggior parte dei casi l’impugnazione
permette, in sede penale, di allungare i tempi del processo a tal punto
da rendere piuttosto frequente la caduta in prescrizione, in secondo
grado o in Cassazione.
Il quadro della situazione è noto, ma stabilire quali siano le cause (e,
soprattutto, come in ogni indagine ben compiuta, stabilire di chi siano
le colpe), per poter portare delle soluzioni, pare assai difficile.
All’interno delle file della magistratura ci sono
carenze strutturali, non c’è dubbio, e usanze quali l’ampia
redazione della motivazione di sentenza certo non giovano alla riduzione
dei tempi della giustizia. Per quanto riguarda i processi civili, la
media ufficiale italiana è di circa 4 anni e cinque mesi. Ma si tratta
appunto di una media: non è raro che un cittadino attenda oltre dieci
anni la conclusione di un processo di primo grado. Se poi si ricorre in
appello occorre attendere (ancora secondo la media nazionale) altri 3
anni e 6 mesi. Durante tutto questo tempo gli interessi delle parti
restano in sospeso: sul piano personale e su quello economico le
conseguenze possono essere anche molto gravi.
E' vero che in parte la situazione della giustizia in Italia è
l'eredità di un carico di pendenze che non si riescono a smaltire, ma
siamo davvero sicuri che l'attuale struttura dei processi sia idonea a
condurci fuori da questa cronica situazione di emergenza? In altre
parole: quello che si sta cercando di fare per ridurre le pendenze è
abbastanza? I cittadini sanno – per esempio – che cosa è accaduto a
seguito del provvedimento di indulto deciso con la legge n. 241 del 31
luglio 2006? A differenza dell’amnistia, infatti, l’indulto
non cancella e non interrompe l’iter processuale, che deve comunque fare
il suo corso. Ci si deve attendere, in altre parole, che lo svuotamento
delle carceri non abbia simili effetti di alleggerimento sulla
celebrazione dei processi, benché già sia noto che, alla conclusione di
molti di questi, l’applicazione dell’indulto renderà vano lo sforzo di
giudici e avvocati.
Spesso magistrati e avvocati si scambiano reciproche – e giustificate –
accuse. Gli avvocati sostengono che la macchina della giustizia sia
troppo farraginosa e lenta e che lo smaltimento del lavoro, all’interno
dei Tribunali, avvenga con ritmi troppo blandi. I magistrati, per parte
loro, indicano nella sproporzionata crescita del numero di avvocati una
delle cause dell’aumento del ricorso ai Tribunali. Ci sono, invece,
“sfide” che andrebbero raccolte e portate avanti da entrambe le parti,
con senso di responsabilità. Una di queste riguarda certamente il
“processo telematico”, ovvero la digitalizzazione della
documentazione e l’informatizzazione delle procedure, con evidenti
benefici per la presentazione di istanze, la rapidità di consultazione
dei fascicoli e altro.
È difficile credere che ai ritardi della giustizia, in Italia, si
rimedierà con il richiamo formale, lanciato dal Ministero, affinché il
tempo delle cause si mantenga al di sotto dei cinque anni. Oppure che si
rimedi rendendo meno costosa per il cittadino la giustizia non tanto
attraverso lo snellimento delle procedure ma eliminando il vincolo dei
minimi tariffari degli avvocati in maniera che può risultare talvolta
umiliante nei confronti della professione forense. Occorreranno rimedi
sostanziali.
Il “processo telematico” e l’istituzione di un apposito “ufficio del
giudice”, delegato alle ricerche e alla minuta delle sentenze,
potrebbero essere, invece, due rimedi efficaci.
Frattanto aumentano le richieste di risarcimento danni per i ritardi
della giustizia, in base alla legge “Pinto”. Dal 2003 al 2005, in
Italia, le richieste di risarcimento sono aumentate del 140%. A Roma,
nel biennio 2003-2005, le istanze di risarcimento sono più che
quintuplicate, passando dalle 1.114 del 2003 alle 6.416 del 2005 (fonte:
EURISPES).
Non c'è dubbio: è cresciuta nel cittadino la voglia di rivalsa nei
confronti di quella giustizia che sembra non tenere in alcun conto il
principio della ragionevole durata del processo. Ma le tutele offerte
dalla legge “Pinto”, anche se consentono di compiere un primo passo in
avanti, non pongono rimedio alle reali conseguenze che la lentezza della
giustizia ha sulle vite dei cittadini. La Corte Europea infatti ha
fissato i criteri per la quantificazione del danno dovuto per
l'eccessiva durata dei processi: per ogni anno di ritardo si riconosce
una somma compresa tra i 1000 e i 1500 euro. Poco davvero se si pensa ai
costi che una giustizia inefficiente scarica sulla collettività e ai
costi (monetari e morali) affrontati dai cittadini. E, infine, se il
problema è l’affaticamento della macchina giudiziaria e la riduzione
delle risorse ad essa destinate, procedimenti sanzionatori come quelli
offerti dalla legge “Pinto” rischiano di avere un’efficacia di breve (o
brevissimo) periodo e di produrre, su una diversa distanza, medio-lunga,
effetti più dannosi che benefici.
Una delle peggiori piaghe della giustizia italiana – e dovremmo
finalmente rendercene conto – è il formalismo giudiziario. Un codice
di procedura che comprende più di 600 articoli non è di certo un codice
ben congegnato. Le leggi sono spesso mal scritte e disorganiche.
Ai nostri processi manca la semplicità.
Ed un sistema troppo complesso costringe magistrati,
avvocati e cittadini a una serie di attività “rituali” e del tutto
inutili che non fanno altro che appesantire il carico della giustizia.
Il primo vero passo verso una riforma della giustizia degna di tale nome
è il superamento dell'idea aberrante per cui tutto deve sottostare alla
forma, a scapito spesso di una giustizia sostanziale e a vantaggio delle
cadute in prescrizione e di chi, tra le pieghe del codice e i rimbalzi
della procedura, se le va scientificamente a cercare.
(Data: 29/06/2007 - Autore: Roberto Cataldi) |